manufatti in ottone

Il mio legame con Partenope è profondo e particolare.

Partenope nasce con la mia mostra personale realizzata nel febbraio 2016 a Napoli nelle Carceri di Castel dell’Ovo. In un freddo e umido pomeriggio di gennaio visiono per la prima volta la sala assegnatami dal Comune. L’impatto emotivo è intenso. L’ambiente (era la sala delle torture da cui si accedeva alle celle), molto grande, è scavato nella roccia. Vi si accede attraverso uno stretto cunicolo leggermente in salita. Il tufo a vista delle pareti e delle coperture a volta, l’assenza di finestre e la presenza lungo le pareti di tre varchi chiusi da cancelli verso il buio – non soltanto fisico – mi comunicano nei primi istanti un immenso dolore nel corpo e nell'anima. Io che parlo di luce e di amore – mi sono detta – non posso esporre in questo spazio!

Passati alcuni attimi, però, vedo le pareti in fondo alle celle sgretolarsi… apparire il sole, il mare e tanti uccelli… Provo una gioia immensa e un senso di libertà infinita!... Non ho dubbi: è quello il luogo ideale per la mia mostra, è lì che devo portare un messaggio di pacificazione con il passato e di speranza per il futuro (non a caso la mia mostra s’intitola “per un Mediterraneo di Pace”).

Decido di realizzare un grande uccello luminoso, da apporre sulla grata posta di fronte all’ingresso.

Quando Aldo Antonio Cobianchi, curatore della mostra, vede l’opera che sto ultimando, rimane per alcuni istanti in silenzio e, da persona di profonda sensibilità, mi dice “non è un uccello… è Partenope”. Ci colleghiamo ad un sito dove è possibile ammirare un antico e bellissimo vaso greco che raffigura l’episodio, descritto nell'Odissea, di questa donna-uccello che cerca con il suo canto di ammaliare Ulisse (secondo la leggenda, non essendo riuscita a conquistarlo, andò a morire nel Castel dell’Ovo).

Inconsciamente, mi ero collegata a Partenope, l’avevo fatta rivivere… ero io… che, nonostante tutto, credo in un mondo migliore...